FIRENZE - Roma prima città di Caravaggio e dei caravaggeschi italiani ed europei. Napoli seconda. Malta terza. La Sicilia per quarta. Ma Firenze che c'entra con questi Caravaggio-caravaggeschi alla Palatina e agli Uffizi fino al 17 ottobre? C'entra a tal punto che nonostante Michelangelo Merisi non ci sia mai stato di persona, Firenze è una "capitale caravaggesca". Il direttore degli Uffizi, Antonio Natali, ci ricorda che non sono meno di cinque i Caravaggio nelle collezioni dei Medici (numero inferiore solo a quello di Roma). E "solo Roma può esibire una collezione di artefici della sequela caravaggesca più copiosa e più composita di quella fiorentina".
Il primo Caravaggio che arrivò a Firenze, dono al granduca Ferdinando del cardinale Francesco Maria del Monte, decisivo mecenate del Merisi e fiduciario della corte fiorentina, è la sconvolgente "Testa di Medusa" dipinta nel 1597 circa e consegnata nel settembre 1598. Il secondo, "Bacco", del 1597-1598, "forse pegno di amicizia" del cardinale, arrivò a ruota, un trasferimento tanto rapido che "l'ambiente artistico romano non ebbe il tempo di registrarne la presenza" .
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La mostra è fra le iniziative del Comitato nazionale per il quarto centenario della morte di Michelangelo Merisi. "Caravaggio e caravaggeschi a Firenze" è divisa fra Galleria Palatina di Palazzo Pitti e Uffizi, ma la mostra è unica come unico è il catalogo (Giunti-Sillabe). Pensato soprattutto per le scuole, ideato da Cristina Acidini, soprintendente per il patrimonio storico-artistico e il polo museale di Firenze, è un Dvd (degli specialisti Tina Lepri-Edek Osser). L'ideazione scientifica della mostra è di Gianni Papi, curatore insieme a Natali e a Stefano Cascíu. E poiché Firenze, tre secoli dopo, è all'origine con Roberto Longhi della riscoperta di Caravaggio in "riscatto di una lunga sfortuna" critica e dei collezionisti, 24 dipinti della "Fondazione Longhi" culminanti nel "Ragazzo morso dal ramarro", uno dei "doppi" autografi di Caravaggio, si sono trasferiti nella "solare" villa Bardini, per la contemporanea mostra "Caravaggio e la modernità", a cura di Mina Gregori. Indispensabile per le mostre l'Ente Cassa di Risparmio di Firenze.
Alla Palatina-Uffizi sono riuniti otto Caravaggio che -precisa Cristina Acidini -, "le collezioni fiorentine possono vantare in base a certezze tanto antiche, quanto modernamente acquisite" e un centinaio di dipinti (e 12 disegni dal naturale di Andrea Commodi), che esemplificano "quasi sempre al livello del capolavoro" l'intero arco dei pittori seguaci del Caravaggio. Presenti di persona a Firenze come Artemisia Gentileschi, Battistello Caracciolo, Theodor Rombouts. E chi, in particolare fiamminghi, con le opere acquisite dal mercato internazionale con la corte granducale in prima battuta (Cosimo II, purtroppo scomparso nel 1621), nel "ricevere, ricercare, commissionare e acquisire" quella "dirompente novità" e i pittori naturalisti di matrice caravaggesca. Per "vicinanza e imitazione cortigiana", personaggi come Francesco dell'Entella, Piero Guicciardini, Buonarroti il Giovane "sostennero parti importanti nella ricezione dei Caravaggio e dei suoi grandi epigoni come Cecco del Caravaggio (Francesco Boneri) e l'Artemisia. Firenze ha addirittura corso il rischio nel 1620 di riunire nella cappella Guicciardini in Santa Felicita tre grandi tele di grandissimi caravaggeschi: l'"Adorazione dei pastori" di Gherardo delle Notti (Gerrit Honthorst), forse la "Crocifissione" dello Spadarino (Giovanni Antonio Galli), la "Resurrezione" di Cecco. Quest'ultimo dipinto "d'una modernità tale da far trasalire gl'intendenti d'arte, e non solo gli uomini di chiesa" - osserva Natali -, non arrivò neppure a Firenze da Roma dove Cecco l'aveva dipinta.
Piero Guicciardini ne fu talmente fulminato da non comprendere cosa aveva fra le mani e se ne liberò dopo pochi mesi vendendolo ad una galleria romana rimettendoci sul prezzo. Il dipinto, "straordinario", è finito per donazione a Chicago (Art Institute) che lo ha rifiutato a Firenze forse per i rischi delle monumentali dimensioni (339 per 199 cm). La mostra ha dovuto ripiegare su di una ricostruzione virtuale. Se quella cappella fosse stata realizzata, "avrebbe potuto cambiare il corso della pittura del Seicento" alla Firenze "che aspettava Pietro da Cortona e con lui il Barocco". A questo punto ci si aspetterebbe una fruttuosa stagione caravaggesca. Una stagione che invece si consuma "nei primi trent'anni e poco più del Seicento". Perché l'accoglienza al naturalismo caravaggesco da parte degli altri potenziali committenti e acquirenti fu "alquanto tiepido" e i pittori fiorentini mostrarono una "prudenza" che sapeva di "scarsissima recettività". Una strada -osserva Cristina Acidini-, che si presentò, "ma che non fu percorsa, se non per breve tratto e fra reticenze".
Degli otto Caravaggio fiorentini agli Uffizi è rimasta la "Medusa". La gorgone dalla chioma di serpi, che aveva il potere di pietrificare chi la guardava anche con la testa mozzata. Una "rondella" di 60 per 55 cm, uno scudo da parata su fondo verde smorzato, un dipinto fra i più inquietanti di Caravaggio nel massimo fulgore della pittura, restaurato nel 2002, ancora con la patina originale. Un oggetto per la gioia dei principi, ma fragilissimo e Natali assicura che non sarà mai spostato. ? dipinto su di una tela ingessata stesa su di uno scudo rotondo di forma convessa, di legno di pioppo. Per Berenson è la testa di un ghigliottinato nel momento in cui cade nel cesto. Piuttosto sotto la scure del boia del papa davanti Castel Sant'Angelo che il Caravaggio aveva sotto gli occhi. Con il fiotto del sangue fresco schizzato dalle arterie troncate. Ecco nel tenero incarnato l'urlo a bocca aperta segnata dagli incisivi, la sclerotide, il bianco degli occhi marroncini fuori delle orbite, la fronte aggrottata e verdastra. Come se la Medusa si fosse vista nello specchio.
Alla Palatina è il massimo impatto dei Caravaggio, trasferiti dagli Uffizi o della galleria. Il "Bacco", straordinario e sensuale "pischello" romano dalla pelle bianca e le unghie sporche, con bellissimi "inserti" (il lenzuolo bianco come un manto sul torace nudo, la brocca di vino piena di riflessi, la "natura morta" di frutta e foglie). Finì nella medicea villa di Artimino e poi agli Uffizi, ma nei depositi, dove lo scoprì nel 1913 Matteo Marangoni. Dopo il restauro del 1922 passò da copia ad originale. Il "Sacrificio di Isacco" per il cardinale Maffeo Barberini, futuro Urbano VIII. Abramo che "tiene il ferro presso la gola del figliuolo che grida, e cade", un figliolo che ha tutta l'aria di un altro "pischello" romano, modello a buon mercato. Numerose le incisioni tipiche del Caravaggio.
"Cavadenti" (1607-1610). Fra gli autografi del Caravaggio nelle collezioni fiorentine "è questa l'opera con il maggior numero di informazioni risalenti al Seicento, di inventari. Ed è quella che ha ottenuto dagli studiosi moderni i minori consensi". Così Mina Gregori, reputatissima studiosa del Caravaggio. Per Antonio Pinelli è "un originale del periodo estremo del Caravaggio" quindi con una revisione automatica del concetto di "realismo caravaggesco". Rossella Vodret non lo inserisce nell'ultimo catalogo di Caravaggio (Silvana Editoriale), che ammette 64 opere. Secondo Mina Gregori le riserve "si devono in parte al cattivo stato di conservazione", ma "numerosi sono i legami con le opere certe del Merisi". Per Caravaggio si deve pensare che "come ha dimostrato la 'storica'" mostra alle Scuderie del Quirinale (solo con opere certe), "siamo in una posizione di stallo". Questo "stormir di foglie" precede l'acquisizione al catalogo di Caravaggio di due dipinti.
Il primo è il "Ritratto di Maffeo Barberini" (121 per 95), da una collezione privata di Firenze, in cui Maffeo, di circa 25 anni, è seduto, in abito da protonotario apostolico dalle maniche di un bianco inumidito, amplissime e dalle mille piegoline, "con la sottile variazione di grigi e di neri". Keith Christiansen, che si esprime dopo la pulitura e il restauro di Muriel Vervat, parla di un dipinto straordinario ed elenca una serie di "confronti stringenti" col "Bacco" e la "Buona Ventura". Anche per Cristina Acidini il restauro del "vitale e ironico" Maffeo "impone una riconsiderazione approfondita" per l'autografia già espressa da Papi. Il gioco di luce sulle dita della sinistra che stringe il bracciolo della seggiola "non lascia alcun dubbio sulla paternità". Muriel Vervat ha riferito di "incisioni eseguite con una punta secca, direttamente sullo strato preparatorio, a mano libera". Come fa Caravaggio, la figura è stata eseguita per ultima. Rossella Vodret conosce il dipinto solo in foto, "ma ha sempre pensato che il 'Maffeo Barberinì fosse un originale".
Il secondo dipinto è "Ritratto di cardinale" (60 per 48), del 1599-1600. Un dipinto che tuttora è collocato "all'altezza del soffitto" del corridoio centrale degli Uffizi, ma il cui "intenso realismo" non era sfuggito per esempio a Marcello Calvesi. Il ritratto è stato inserito nella mostra accanto ai Caravaggio certi per una ulteriore verifica. Soprattutto adesso che è stato sottoposto ad una vera pulitura e al restauro che hanno "rilevato notevoli svelature" dovute probabilmente a precedenti brusche spuliture. Ma hanno anche messo "in maggior risalto la splendente qualità delle parti più integre". Tipica del Caravaggio è anche "la densità luminosa dell'impasto" con cui è resa l'epidermide: sulla fronte una specie di bozzo che il naturalismo del Merisi ha rispettato.
Il ritratto ha varie scritte, visibili e non, che lo identificano come cardinale "Baron", importante storico della Chiesa, "vicinissimo" di San Filippo Neri, che però Papi contesta perché non corrisponde a immagini note e ufficiali del Baronio. Papi propone di identificarlo con Benedetto Giustiniani come tramandato da una incisione della Galleria Giustiniani e che potrebbe essere stato il modello del dipinto. Rossella Vodret conosce questo dipinto solo in foto.
"Amore dormiente", del 1608. Commissionato a Malta da frà Francesco dell'Antella che ebbe un ruolo rilevante nell'ottenere dalla Santa Sede il nullaosta per la nomina a cavaliere di Caravaggio (sempre condannato a morte dal papa). Probabilmente è un gesto di gratitudine del pittore. Dell'Antella nel luglio 1611 "aggredito senza apparente motivo, ferì a morte in duello il nipote del Gran Maestro". Lo scandalo lo costrinse ad abbandonare l'isola. "Ritratto di Cavaliere di Malta" del 1608-1609. Con la "mirabile", piena Croce bianca sul petto, l'ampio colletto sotto la "pelle cascante del collo", i pochi grani del rosario nella destra. Con vari pentimenti. Nel contorno del braccio sinistro la preparazione indica "un'esecuzione sommaria, secondo il tardo stile del Caravaggio", ma l'opera "è da intendersi compiuta" afferma Mina Gregori. La studiosa rifiuta l'identificazione del personaggio che ha maggiore accoglienza (il fiorentino Marc'Antonio Martelli, priore dell'Ordine di Malta a Messina). L'età infatti non è corrispondente. Per lei si tratta di un ritratto informale dal vivo del Gran Maestro de Wignacourt. L'equivoco può essere nato dal fatto che sarebbe stato Martelli a portare il ritratto a Firenze.
Sarebbe un errore concentrarsi solo sul Caravaggio. E agli Uffizi trascurare Battistello Caracciolo, Cecco, Artemisia Gentileschi (sei opere, una dai depositi), Hontorst, Theodor Rombouts, Spadarino.
L'"abilità illusionistica" di Cecco del Caravaggio "tocca vette sbalorditive" in un raro dipinto della National Gallery di Atene, dal titolo di "Fabbricante di strumenti musicali" che non regge anche se assegnato da Longhi. Un ragazzo dal volto ambiguo reso in modo straordinario, la bocca scolpita e aperta nel canto, è seduto in un'alta seggiola e guarda verso l'osservatore. Cappello di velluto con lunga piuma bianca e garofano appoggiato all'orecchio destro. Indossa una blusa grigia formata da rettangoli di stoffa su di una veste rossa che ha tutta l'aria di un costume di scena. Nella destra il ragazzo ha un tamburello e nella sinistra quella che sembra una moneta. Di fronte un tavolo con una "prodigiosa "natura morta": una fiasca, un rotolo di fogli bianchi, un cannocchiale, un libro, una scarsella di pelle e di metallo, una scatola bassa, coperchi e contenitori metallici, un violino con un fascio di fogli piegati. Il secondo dipinto di Cecco (67 per 51 cm) è "Ritratto di giovane con colletto a lattuga", inedito anzi "completamente ignoto agli studi", uscito dai depositi di Pitti. Per Gianni Papi "una delle novità più importanti " della mostra. A confermare il nome di Cecco "è soprattutto l'esecuzione e la tormentata struttura del colletto, di un bianco dall'intensità fosforescente".
Artemisia è presente con capolavori popolarissimi. Come "La Giuditta e la fantesca Abra con la testa di Oloferne" mentre stanno per lasciare la tenda del re nemico di Israele giustiziato, dipinta nel 1611-1612. Il successo di questo soggetto - osserva Stefano Cascíu -, ha creato un quasi "insolubile puzzle" fra le versioni di Artemisia e del padre Orazio. A distanza di circa dieci anni, nel 1620 a Roma, Artemisia è "ancora capace di realizzare uno dei più sensazionali risultati del movimento caravaggesco", la celeberrima "Giuditta che decapita Oloferne". Ancora, con la "Conversione della Maddalena", che Cascíu definisce "uno dei più raffinati" del periodo fiorentino. Con la tenerissima "Madonna col Bambino" della Galleria Spada, in cui un Gesù dal volto serio allunga la mano sinistra e accarezza il volto di una Madonna disfatta dalla fatica, con gli occhi chiusi, che quasi in trance offre il seno al Bambino affamato. E c'è anche l'"Autoritratto come suonatrice di liuto" (arrivata dagli Usa, Minneapolis). Secondo Papi un "magnifico ritratto col vero volto di Artemisia", fronte alta, occhi rotondi, "l'inconfondibile naso diritto con la punta allargata". Senza dimenticare "la raffinatezza" (ed esattezza) della rappresentazione del liuto ripreso dal vero, e il "bellissimo brano del vestito (azzurro morbido e cangiante, istoriato di ricami d'oro)".
Manca la "Resurrezione" di Cecco, ma c'è un'altra "resurrezione": quella dell''Adorazione dei pastorì di Honthorst rimasta nella cappella Guicciardini fino al 1836 quando entrò agli Uffizi. Sopravissuta all'alluvione del 1966, collocata tuttora nel Corridoio Vasariano venne ghermita dallo spostamento d'aria della bomba mafiosa del maggio '93. Devastata, con la pittura ridotta a brandelli, da molti considerata perduta, invece "una buona metà della pittura è stata alla fine recuperata" ribadisce con orgoglio Natali, ad onore di Andrea e Lucia Dori. E "a rammentare la sua poesia alta sono rimasti brani sparsi di membra e lembi di panni, toccati nel buio da un fascio di luce". "Rosa accesi e azzurri smaltati nella veste della Vergine".
"Cena con suonatore di liuto" è "un risultato estremo del virtuosismo di Hontorst nel padroneggiare gli effetti della luce e delle ombre sui volti, sulle epidermidi, sulle vesti" dei sette personaggi. Commenta Gianni Papi: "sicuro delle sue capacità che dovettero strabiliare il granduca, Gerrit cerca le situazione più complicate, affrontandole con un ductus divenuto più che mai unito e levigatissimo", padrone assoluto delle "infinite, sottilissime variazioni di luce". Ancora di Hontorst una "Adorazione del Bambino" molto particolare. Non ci sono fonti di luce esterna che si riflettono sui due angeli, su Maria che solleva il lenzuolino a svelare Gesù neonato disteso, che fanno appena emergere Giuseppe dall'ombra e trasformano i fili di paglia della mangiatoia in fili d'oro. Ma è Gesù la fonte di luce, per forza di energia interna. Quella stessa energia che molti ritengono la fonte dell'impronta che il corpo di un uomo crocifisso ha lasciato sulla Sindone.
Il soggiorno di Rombouts, "è spesso dimenticato" osserva Gianni Papi, eppure il pittore di Anversa visse nella Firenze granducale dal 1620 al 1624, e si fece valere fino a meritarsi la commissione di una pala. Una dimenticanza alla quale la mostra rimedia. La pala (278 per 168 cm), è "San Francesco stigmatizzato", tuttora sull'altare della chiesa dei Santi Simone e Giuda, in cui "sembra notevolmente abbassarsi la temperatura caravaggesca". Il "San Sebastiano" di Rombouts colpisce per quei baffettini biondi davvero unici e per il perizoma di "seta lucente" azzurra. Dal Prado è arrivato il "Cavadenti" (116 per 221 cm), una delle opere "più fortunate" di Rombouts che l'artista replicò almeno altre due volte. Il modello è il "Cavadenti" attribuito a Caravaggio, ma con i personaggi fatti uscire più alla luce, con volti che sono dei ritratti come il cerusico che sembra andare a tentoni con la tenaglia nella bocca del disgraziato paziente. Al quale la camicia è scivolata del tutto dalla spalla con "la luce che vi sbatte formando ombre potenti". Dipinta, meglio scolpita con precisione fiamminga la "natura morta" di strumenti, ampolline, unguenti, nastri, lettere.
A un passo dell'"Adorazione dei pastori" di Honthorst nel maggio '93 si trovava il "Convito degli dei" dello Spadarino "miracolosamente scampato". "Capolavoro assoluto", si distingue sul fondo nero per la "sensuale esposizione di epidermidi accarezzate da una luce nitida e calda" e dallo squarcio "luminosissimo di cielo e nuvole", un panorama della Terra da una navicella spaziale. Ugualmente alla Palatina non si devono trascurare autori come Bartolomeo Manfredi che per un mercato che chiedeva caravaggeschi aveva brevettato un metodo di dipinti più caravaggeschi del Caravaggio, ma un po' "leccati"; Jusepe del Ribera; Vouet.
Le gallerie di Firenze mantengono la "più grande concentrazione di opere di Manfredi". Gianni Papi ci ricorda che un dipinto era stato ricordato dallo storico Giulio Mancini con grande "eccitazione". Quel dipinto, "Derisione di Cristo", mantiene molti punti di emozione e di eccellente pittura degna di Caravaggio-Caravaggio. Su di uno sfondo generale nero-scuro i volti tagliati dalle ombre di Cristo sotto la corona di spine e dell'aguzzino calvo, aggrottato e cotto dal sole. Un ginocchio e la spalla nuda di Cristo e le mani "segate" dai legacci. Un "colpo di genio" il risvolto della camicia bianca dello stesso aguzzino, con un filo di luce sulla canna. Al centro la "raffinata esecuzione delle mani". Sulla sinistra, i baluginamenti delle armature nere dei due soldati con una "bellissima manica di raso" a strisce nere in primo piano, e la destra stretta sul sedile. Di questo soldato non percepiamo il volto. Cosa avrà voluto esprimere con quel gesto quasi convulso? Dei dipinti certi di Ribera Gianni Papi ha scelto un "possibile autografo di Ribera" con bottega, "San Paolo Eremita" restaurato, fatto uscire dai depositi degli Uffizi, perché di "qualità sostenuta", "inedito e del tutto trascurato" dagli studi. Papi si dice conquistato dalla qualità del tronco dell'albero e della roccia dietro il santo e "soprattutto dal brano di vegetazione di sottile raffinatezza ".
Notizie utili
- "Caravaggio e caravaggeschi a Firenze". Dal 22 maggio al 17 ottobre. Firenze. Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Uffizi. Celebrazione del comitato nazionale per il IV centenario della morte di Caravaggio. Promossa dalla soprintendenza speciale per il patrimonio storico-artistico e il polo museale di Firenze. Firenze Musei. Ente Cassa di risparmio di Firenze. Ideazione e progetto scientifico della mostra Gianni Papi. A cura di Stefano Cascíu, Antonio Natali, Gianni Papi che cura anche il catalogo. Catalogo Giunti Editore-Sillabe.
Orario: da martedì a domenica 8,15-18,50; chiuso lunedì.
Biglietto: "Caravaggio Card" valida per le due sedi e per Villa Bardini , sede di una sezione autonoma della mostra, prenotazioni d'ingresso, senza code. Intero 25 euro, ridotto 14,50. Singoli biglietti: Galleria Palatina galleria-mostra intero 12 euro, ridotto 6. Uffizi intero galleria-mostra 10 euro, ridotto 5. Prenotazione costo 4 euro per Uffizi, 3 per Galleria Palatina, 1 per Villa Bardini.
- "Caravaggio e la modernità. I dipinti della Fondazione Roberto Longhi". Dal 22 maggio al 17 ottobre. Firenze. Villa Bardini. Cura della mostra e del catalogo Mina Gregori. Catalogo Giunti Editori-Sillabe.
Orario: da martedì a domenica 10-18; chiuso lunedì.
Biglietto: "Caravaggio Card" valida per le tre sedi. Singolo biglietto intero 6, ridotto 4.
Fonte: http://www.repubblica.it/speciali/arte/recensioni/2010/06/25/news/merisi_agiografia_di_un_maudit_firenze_gioca_la_sua_carta-5156156/
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Tutto da godere è, dunque, questo spettacolo nello spettacolo. Un contenuto nel suo contenitore che vive di un'osmosi sopraffina. L'Hangar incastonato nell'ex complesso industriale della Bicocca alla periferia Nord di Milano, oggi riconvertito in polo multifunzionale da Vittorio Gregotti tra università e abitazioni. In questo edificio ciclopico, dove un tempo l'Ansaldo forgiava bobine per i motori elettrici dei treni, e adesso si spalleggiano i suggestivi reperti di un'archeologia industriale tra il capannone di ferro alto ventotto metri, e il cubo di cemento di almeno ventotto metri di lato, entra la creatura di Boltanski, concepita per essere, come dice l'artista stesso, "una partitura musicale suonata in modo diverso a seconda del luogo". Ripensata per l'occasione, dopo aver debuttato al Grand Palais di Parigi in occasione del progetto Monumenta, "Personnes" è un'esperienza sopraffina dei sensi, giocando molto sull'impatto visivo-sonoro.
Il lungo cammino per accedere al "santuario" della montagna dei vestiti è segnato dai battiti del cuore che Boltanski registra dal 2008 nell'ambito del suo ambizioso progetto "Les Archives du coeur" che conta già sessantamila battiti cariaci registrati. Un archivio che potrà essere arricchito anche dai visitatori della mostra che possono registrare su un cd in una stanza apposita le loro pulsazioni cardiache e aggiungerle a quelle dell'installazione per diventarne parte. Se la gru esprime - come indica la direttrice dell'HangarBicocca Chiara Bertola - "il Caso o, per i credenti, la mano di Dio che sceglie ogni giorno chi sarà espulso dalla vita, i vestiti alludono alla vita, fanno immaginare chi li ha portati, segnano l'assenza non la presenza, fanno riflettere sulla fragilità umana".
Classe '44, Boltanski è protagonista di spicco della scena contemporanea, pioniere di un'estetica legata al delicato tema della memoria, cresciuto artisticamente alla scuola del Nouveau Realisme e sulla lezione di Klein, affermatosi oramai come maestro indiscusso nell'organizzare ed esporre oggetti estrapolati dal loro contesto quotidiano. Il suo nuovo percorso espositivo ai limiti del concettuale estremo diventa la rappresentazione della memoria sedimentata, dove gli oggetti si fanno portavoce di vita e storia vissuta. Un lavoro che, come accade sempre nelle produzioni di Boltanski, celebrato da esposizioni in tutto il mondo, svapora nella spettacolarità del teatro. Con l'aggiunta doverosa di un carattere "sostenibile" dell'opera d'arte. Infatti, qualche giorno prima della chiusura della mostra, chi vorrà potrà portarsi via qualche indumento e smontare gradulamnete la montagna incombente, riducendo l'impatto ambientale e magari dando nuova linfa al destino dei vestiti di "Personnes".
Accanto ai vestiti di Boltanski, fino al 1 agosto, si potrà vedere la videoinstallazione del catalano Carlos Casas, artista visivo e filmaker, dedicata alla trilogia di "End" viaggio per immagini attraverso i luoghi più remoti ed estremi del pianeta tra Patagonia, Uzbekistan e in Siberia. "Ero interessato a vivere in queste terre cercando di catturare quegli stili di vita che stanno sparendo - dice Casas - ero interessato a luoghi che rappresentassero al tempo stesso uno scenario post apocalittico del futuro e un senso di civiltà arcaica. Ero interessato alle persone che vivono nelle periferie della civiltà e al modo in cui sopravvivono quotidianamente, a vivere tra loro, seguendone i ritmi e cercando di capirne le ragioni. Sono fermamente convinto che in quei luoghi ho trovato lo spirito umano nel suo stato più puro e sincero e spero che queste persone e le loro vite gettino una luce sui visitatori occidentali e civilizzati. Spero che questi filmati testimonieranno la loro esistenza".
Dagli interventi temporanei, alle installazioni permanenti, l'HangarBicocca riserba i famosi "Sette palazzi celesti" di Anselm Kiefer (considerata l'installazione al coperto d'arte contemporanea più grande del mondo), la "Sequenza" di Fausto Melotti, scultura in ferro alta sette metri e profonda undici che evoca lo scorrere le dita su una tastiera musicale (progettata nel 1971 e realizzata nel '81) e la nuova installazione all'esterno di Stefano Boccalini "Melting Pot 3.0", spazio abitabile utilizzato per le attività di laboratorio, di gioco e di interazione con il pubblico.
Notizie utili - "HangarBicocca presenta Christian Boltanski", dal 25 giugno al 19 settembre 2010, HangarBicocca, Via Chiese 2 (traversa V. le Sarca), Milano
Orario: tutti i giorni dalle 11.00 alle 19.00, giovedì dalle 14.30 fino alle 22.00, lunedì chiuso
Ingresso: intero 8 euro, ridotto 6 euro
Informazioni: www.hangarbicocca.it 2
Fonte: http://www.repubblica.it/speciali/arte/recensioni/2010/06/25/news/boltanski_e_l_arte_del_riciclo_il_gran_ritorno_della_bicocca-5156465/