Donatello, Andrea Bregno, Buonarroti, legati dalla "passione" per l'antico, rivalutato nella forma moderna ed esaltato nel nuovo modo di sentire l'arte e la cultura nel Rinascimento. Bregno, uno scultore sconosciuto al pubblico, ma che ha riempito le più importanti chiese di Roma (e la Sistina), di opere sue e della potentissima bottega. Uno dei casi più singolari e difficili della storia dell'arte, dallo stile ancora problematico. Una grande mostra sulla scultura del Quattrocentodi GOFFREDO SILVESTRI
La scultura del Quattrocento a Roma. Finalmente la mostra che solleva il velo su di un periodo quanto mai complesso. Rinviata dal 2009, con un budget ridotto di due terzi (a 400 mila euro), con le opere passate da 75 a 30, insomma un "calvario" per curatori e organizzatori (anche se il numero ridotto delle opere, di grande qualità, appare ai nostri occhi un pregio che dovrebbe essere più spesso perseguito dalle mostre). Ecco la mostra che fa scoprire al pubblico uno scultore sconosciuto al pubblico che ignora di essere letteralmente circondato nelle più importanti chiese di Roma e del Lazio (e nella Sistina), da opere sue e della potentissima bottega. Andrea Bregno (1418-1503), lombardo di Osteno in Val d'Intelvi, che a Roma dove morì passò più di quarant'anni, cioè circa metà della vita. Grande artista, grandissimo progettista e "componitore" di monumenti, imprenditore con le qualità pratiche dei lombardi, protagonista quasi monopolista per altari, monumenti funerari, tabernacoli, cibori, portali, pilastrini, decorazioni architettoniche. Bottega ed artisti vicini ad Andrea, per i quali vale la denominazione di "Scuola Romana".
Un "dominatore assoluto", ma senza dimenticare l'affermazione di Claudio Strinati condivisa da molta critica, per il quale il caso
di Andrea Bregno "è uno dei più singolari e difficili di tutta la storia dell'arte rinascimentale". Perché soprattutto all'inizio dell'attività deve essere giudicato in base ad opere certamente "plausibili, ma comunque poco o mal documentate". Tanto che nonostante le nuove conoscenze "il riconoscimento del suo stile rimane problematico". Non rimane che una "corretta e rigorosa indagine filologica, con continui confronti e riferimenti".
Un Andrea Bregno "punto di congiunzione" fra Donatello, di cui Andrea aveva conosciuto a Padova l'opera rivoluzionaria nell'altare della basilica del Santo che aveva preso "avvio e carattere" proprio da Roma e dall'arte antica. E Michelangelo, che sarà a Roma alla fine del Quattrocento-inizio Cinquecento e che avrà modo di conoscere le opere antiche esposte e la raffinata collezione di Andrea nella abitazione sul Quirinale, fra cui il "Torso del Belvedere" ora nei Musei Vaticani. Donatello, Andrea Bregno, Michelangelo, tutti e tre legati dalla "passione" per l'antico, tema dominante del Quattrocento. Quella forma antica "rivalutata" dagli artisti umanisti insieme a quella moderna esaltata da Michelangelo quella appunto del Rinascimento. E il titolo della mostra è infatti "La forma del Rinascimento", fino al 5 settembre nel Museo nazionale di Palazzo Venezia. Sotto l'egida del Comitato nazionale Andrea Bregno, organizzata dalla soprintendenza speciale per il patrimonio storico-artistico e il polo museale di Roma diretta da Rossella Vodret, a cura di Strinati e di Claudio Crescentini, storico dell'arte della soprintendenza del Comune di Roma (). Comitato scientifico internazionale.
Il catalogo è un volume scientifico di 414 pagine da meditare, al massimo livello degli studiosi italiani e stranieri, densissimo, concepito per la mostra come era prevista e per svelare il mondo della scultura a Roma nella seconda metà del Quattrocento. I tanti filoni di ricerca da approfondire con artisti ingiustamente trascurati (per esempio Luigi Capponi) e con botteghe del tutto diverse dalle botteghe di pittura, basate sulle specializzazioni e sul concetto di integrazione delle parti. Per la mostra realizzata c'è una guida di 43 pagine, tutte e due della Rubbettino editore.
Sculture e statue sono tutte riunite (ad eccezione di una) in due sale di Palazzo Venezia, vaste come terme romane. L'architetto Eugenia Cuore della soprintendenza ha collegato le opere della prima sala con leggerissime sagome metalliche come di un antico giardino. Il colpo d'occhio evoca la galleria dei marmi di un principe rinascimentale. Più difficile da interpretare la collocazione di una sola opera al fondo della gigantesca sala delle Battaglie. Forse una scelta per far apprezzare senza inquilini la sala restaurata dopo trent'anni. O una progressiva scoperta dell'altorilievo di marmo (32 per 38 cm, scolpito per otto cm), dal Settecento attribuito a Michelangelo e mai prima esposto in mostra. O per apprezzarlo senza distrazioni. O per apprezzare al meglio il sottofondo musicale.
L'opera è il rilievo della testa di un giovane "Vento marino" nell'atto di soffiare, denominato "Eolo", ma con una forzatura osserva Cesare Panepuccia che ha studiato a lungo il rilievo (finora trascurato). Si tratta infatti di un giovane mentre Eolo è il dio dei venti. Quanto ai dubbi su Michelangelo, Panepuccia ha ricostruito la possibile committenza Capranica-Porcari attraverso i vari contatti col maestro e il "Cristo risorto" per Santa Maria sopra Minerva. Il "Vento" è stato custodito per cinque secoli nella chiesa di Santa Maria Maddalena a Capranica Prenestina e ora è al Museo diocesano prenestino di arte sacra a Palestrina. Della stessa chiesa di Capranica c'è un "Leone" di marmo alto 96 cm, opera del 1520, assegnato a Michelangelo e ad artista michelangiolesco. Un "Leone" seduto sulle zampe posteriori e le fauci spalancate, scolpito da un antico blocco che faceva parte di una imponente trabeazione, probabilmente del I secolo avanti Cristo, inizi del I dopo Cristo (rilevabile da tre lettere incise). Un "Leone" dalla doppia carriera. Quella ufficiale di "reggistemma" retto con le zampe anteriori, in origine dei Capranica, scalpellato quando subentrarono i Colonna. E quella di "acquasantiera": un uso durato vari secoli se lo strofinamento delle mani è riuscito a limare i canini della fiera.
La galleria dei marmi è inaugurata da un bronzo "che vale il viaggio", opera di Donatello negli anni Cinquanta del Quattrocento. Una testa di cavallo, alta 187 cm e lunga 87 cm, concepita per il gruppo che il re di Napoli Alfonso d'Aragona voleva collocare nell'arco trionfale di Castel Nuovo, in competizione con i monumenti dell'antichità. Ispirato al gruppo del Marco Aurelio che era ancora nei pressi della piazza di San Giovanni in Laterano, studiato da Donatello a Roma all'inizio del Quattrocento. Un animale fremente, in forte atteggiamento dinamico come dimostrano le pieghe del collo, forse con una zampa alzata. Bocca spalancata, potente dentatura, pelle percorsa da una "rete" di vene quanto mai naturali, turgide sotto lo sforzo. Vasari riferisce che è tanto bello che molti lo credono antico. Il progetto non andò in porto per la morte del re e di Donatello. La testa è detta "Testa Carafa" perché da Firenze fu inviata, con la mediazione di Lorenzo dè Medici, a Napoli, a Diomede Carafa, consigliere di Alfonso, abile politico, umanista e amante d'arte.
Di fronte alla testa del cavallo è la testa-ritratto in gesso color ocra del Gattamelata, l'"originale modello preparatorio della testa bronzea" del celeberrimo monumento equestre realizzato a Padova da Donatello fra 1447 e 1453 sulla piazza della basilica del Santo. La testa esprime tranquilla potenza, ma forse nasconde un sentimento che un condottiero non può rivelare: l'invidia per quel cavallo che minaccia di essere più imponente del suo monumento.
Per la prima volta "in maniera unitaria" è esposto il nucleo delle sculture del "grandioso monumento" funebre in marmo di papa Paolo II Barbo, una delle tante vittime della distruzione dell'antica basilica di San Pietro, realizzato nel 1475-1477. Secondo il Vasari superava "per ricchezza di ornamenti e di figure le sepolture di tutti gli altri pontefici". Smantellato nel 1606 ebbe complicati trasferimenti e rimontaggi, ed ora è nell'Ottagono di San Basilio della Fabbrica di San Pietro, quasi mai visto dal pubblico. Un ritorno a casa considerando che il veneziano Pietro Barbo, il papa umanista, collezionista di antichità, era stato il committente del Palazzo di Venezia. Autori del monumento "culmine progettuale della Scuola Romana", sono artisti affermati di pari altissima dignità, Mino da Fiesole e Giovanni Dalmata (Ioannes Duknivuch). In mostra sono due stemmi con quattro statue di evangelisti e di due angeli. Impresssionante la resa dei manti degli evangelisti: come veli impalpabili quelli di Mino, come masse dinamiche quelli di Giovanni Dalmata.
Accanto è la figuretta slanciata (altezza 133 cm), di un San Giovannino in marmo bianco attribuito a Michelangelo e datato a prima del gennaio 1493. Lo copre una pelle di cammello, parzialmente nella parte posteriore, stretta alla vita con un nodo. La capigliatura è compatta e riccioluta, il volto di un giovanetto che sta parlando, non il Battista del deserto. La mano destra sul petto sta indicando una Croce, l'"Agnus Dei" del sacrificio.
Il San Giovannino proviene dal Museo di arte sacra della chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, con spostamenti fra chiesa, sotterranei, edicole, sacrestia (fu anche dorato nel 1567 e tracce di colore sono ancora rilevabili, nel Seicento fu dotato di una sottile croce metallica come attributo). Per la sua bellezza San Filippo Neri lo fece spostare in convento. Per quasi cento anni fu collocato sopra la porta della sacrestia dove, pure "in alto e al buio", nel 1958 fu notato da Roberto Longhi che lo attribuì a Michelangelo.
Quanto il San Giovannino è giovane e leggero, il Battista di Andrea Bregno del 1480 circa (altezza un metro) è figura compatta. Barbuto e dalla folta chioma, pelle di cammello e mantello, l'eremita del deserto. Anche lui sta parlando, nello stesso atteggiamento di indicare una Croce. Proviene dal museo del santuario della Madonna del Buon Consiglio di Genazzano.
Notizie utili - "La forma del Rinascimento. Donatello, Andrea Bregno, Michelangelo e la scultura a Roma nel Quattrocento". Dal 16 giugno al 5 settembre. Roma. Museo nazionale del Palazzo di Venezia. Organizzata dalla soprintendenza speciale per il patrimonio storico-artistico e il polo museale di Roma, diretta da Rossella Vodret; dal Comitato aazionale Andrea Bregno e con la collaborazione della Fabbrica di San Pietro. A cura di Claudio Strinati e Claudio Crescentini. Comitato scientifico internazionale. Catalogo scientifico e guida della mostra Rubbettino Editore. Allestimento progettato dall'architetto Eugenia Cuore della soprintendenza. Organizzazione Civita.
Orari: da martedì a domenica 10-19; chiuso lunedì.
Biglietti: 4 euro. Informazioni 06-32810. La "forma del Rinascimento" è visitabile anche su facebook. Sito del
Tratto da: www.repubblica.it